Riappropriarsi della “Res Publica”

images.jpegIeri sera il programma Raiperunanotte ha avuto un grande successo in termini di ascolti e partecipazione. Forse stiamo davvero assistendo ad una nuova alba, in cui la comunicazione comincia a passare sulla rete e a raggiungere la gente in maniera sempre più capillare, riempendola di contenuti che sono ben altrie più densi di quelli di facebook. E di questo mi rallegro, interpreto i dati relativi ala serata di ieri come un segno che la partecipazione alla res publica non è morta e sepolta, ma si era forse solamente assopita. Un po’ come quel meccanismo di difesa che ci porta a rimuovere certi ricordi perchè troppo dolorosi o difficili da affrontare: non li cancelliamo, ma li mettiamo per un po’ in cantina, a risposo. Si percepiscono però interessanti segnali di risveglio. Oggi gli editti, le minacce in tema di comunicazione forse ci devono spaventare un po’ meno, perchè concrete sono le alternative che non possono essere imbavagliate o messe a tacere.  E infatti chi utilizza tecniche di repressione mediatica e di controllo dei mezzi di comunicazione oggi sembra proprio che se la faccia sotto, gli crolla il mondo che si era costruito sul nulla, e allora è costretto ad aumentare l’arroganza, il tono della voce, le minacce, è costretto a risvegliare fantasmi e paure della gente. Questo si è pericoloso, questo si è sovversivo e rischioso. Ma la risposta non può che essere la costanza, la calma ma allo stesso tempo la assoluta decisione nel ribadire i concetti in cui crediamo, che non possono essere messi semplicemente a tacere da chi pensa di risolvere le questioni dialettiche urlando più forte.  Ho la sensazione che sempre più persone oggi non si accontentano di stare a guardare e di dire che le cose nella politica italiana vanno male. I giovani in particolare ricominciano a sentire il bisogno di pulizia, di etica nella politica, il bisogno di leader capaci di dare direttive ad un paese basate su valori in cui sappiamo riconoscerci. E lo dicono, lo sbandierano. Certo queste persone non sono la maggioranza, ma cominciano ad essere un numero che sempre più difficilmente può essere ignorato.

Domenica si vota, io non so ancora per chi voterò. Ma sono sicuro che i miei principi ispiratori saranno proprio questi: la pulizia, la trasparenza, il rispetto delle regole. Non posso appoggiare chi ricandida chi ha rubato e ha ammesso di rubare. Non posso nemmeno votare quello che ha rubato di meno, quello che è un pochino meglio di…questa volta no. Sento il bisogno di dire, attraverso il mio voto, che ne ho piene le scatole di votare “il meno peggio”. Forse non c’è nessuno che da cui mi senta rappresentato appieno, ma sono sicuro di chi non mi piace.

 

Detto questo credo che sia importante che ognuno di noi diffonda, con tutti gli strumenti di cui dispone, le situazioni che stanno rendendo la nostra quotidianità sempre più incivile, vuota, barbara.

Mi è arrivato via mail un articolo di Concita De Gregorio, direttore dell’unità, che scrive appunto circa una di queste situazioni.

Lo incollo qui sotto:

Pane e acqua.

 

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?

Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

 

 

Riappropriarsi della “Res Publica”ultima modifica: 2010-03-26T11:00:00+01:00da claudioscara
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento