Tra i colori – Reportage dall’India

Dopo le immagini non potevano mancare le parole per l’India, che forse completano quello che per intero le immagini non sempre riescono a comunicare

Pubblico qui sotto un racconto, sotto forma di reportage (uao!!), dei nostri giorni indiani. Sperando di non annoiarvi…

 

Tra i colori

IMG_3843.JPGL’india ti entra sotto la pelle, e non ti lascia più.

Ci sentiamo tatuati una piccola cicatrice, impressa e nascosta da qualche parte.

Ma non sappiamo dire il perché. È difficile da spiegare.

Una sensazione non ben definita, dai contorni sfumati, eterea, che tende a sfuggire languida e scivolosa, ma allo stesso tempo forte, appiccicata addosso.

Il ricordo più vivo che continua a ronzarci dentro è fatto di colore.

Tutti i colori.

Dipinti sui sari delle donne, pennellati nella  natura variopinta e slanciata, sui cieli profondi, nelle acque placide dei fiumi. Colori di piedi nudi sui ciottoli dei templi.

E poi odori, di ogni forma e colore.

Appuntiti, distesi, densi, smussati e morbidi, rarefatti allo stesso tempo, a seconda di dove giri la testa. Odori che, per descriverli, gli aggettivi che conosciamo non sono forse sufficienti, e funziona meglio se gli accosti, ancora una volta, un colore: immaginatevi un odore giallo, un odore verde o arancio.

L’India è proprio questo: odori colorati, impastati con umidità, fame, preghiere, clacson, tradizioni e una grande, gigantesca, dignità.

Arriviamo a Cochin, fuori dall’aeroporto l’aria ci avvolge in un umido lenzuolo, da togliere il fiato, da spalancare la bocca per farci entrare più ossigeno che puoi.

Giusto un minuto di presentazione e siamo già in macchina con Baskar, il nostro autista che diventerà presto un amico: cinquant’anni, 25 passati dietro al volante e dentro a un corpo secco secco.

Le strade per arrivare in città ci riportano alla mente quelle del Brasile, immediatamente riaffiorano sensazioni intense con le quali siamo cresciuti e abbiamo portato gelosamente annidate in noi. I campi di terra rossa, i camion colorati a mano stracarichi di chissà cosa, le buche che ti fanno saltare, i 50 all’ora al massimo. Ci guardiamo negli occhi, un accenno di stupito sorriso ci prende per mano, allontanando la notte insonne del viaggio e proiettandoci in questo nuovo mondo.

Cochin: quel che resta del commercio…

Cochin, 1,6 milioni di abitanti e 2 milioni di clacson.

Giriamo per le strade al tramonto, facciamo confidenza con l’inglese stretto degli indiani, con gli occhi puntati addosso e i sorrisi rivolti contro stracarichi di curiosità. Entriamo in un negozio a cinque piani di stoffe, dove tutti ci guardano con timidi e imbarazzati sorrisi, che ricambiamo volentieri. Inchini a destra e a manca, bambini che ci spiano nascosti dietro le mamme. Ci sentiamo accolti.

Siamo avvolti dai colori delle stoffe, di una intensità stupefacente. Le donne inginocchiate sui banconi fra chilometri di tessuti mettono in mostra le più svariate qualità di cui ignoro il nome.

15 rupie di acqua in bottiglia che abbiamo già abbondantemente sudato, e ceniamo in una costruzione con cinema annesso. Alla sera i cinema sono letteralmente presi d’assalto, manco da noi a Natale.

Siamo ancora frastornati dal viavai delle strade, ma già ci ha preso il desiderio di infilare il naso dovunque e di conoscere e incontrare ogni cosa possibile. Così saliamo su un tuk tuk, gli ape piaggio a due tempi modificati a taxi che hanno scalzato i risciò, chiedendo di passare dal lungomare prima di riportarci all’albergo. Sta piovendo, sicuro di aver capito male l’autista sgrana gli occhi chiedendo conferma, e poi si avvia, con una faccia che dice: “Contenti voi…”. A metà strada il motore si spegne, naturalmente in mezzo a un incrocio, e per farlo ricominciare a tossire serve una qualche manovra oscura e qualche preghiera.

Il lungomare è un marciapiede invaso dall’immondizia, baracchine colanti olio di cocco usato per friggere ciambelle poco raccomandabili, facce barbute che spuntano dal buio e odore di nafta. Un ratto di un chilo con coda grossa un dito ci osserva dalla porta di ingresso di un bar e insieme al proprietario ci invita ad entrare. Rifiutiamo cortesemente e torniamo in albergo, e il Jet Lag si fa sentire.

La parte vecchia di Cochin, il forte, è affascinante quanto decadente. È stata un importante porto commerciale, sede della compagnia delle indie olandesi e inglesi, ma i tanti soldi passati hanno lasciato davvero poche tracce. Le costruzioni di impronta coloniale sono confinate in un quartiere vicino al mare, e il sapore che ti rimane in bocca è più che altro quello dei muri ammuffiti e scrostati. Le case assomigliano a pensionati stanchi, e lo stile indiano si è impossessato di loro: intrecci di fili elettrici, biciclette appoggiate ai muri, negozi di cianfrusaglie. E poi mucche e capre a passeggiare per le strade. Ma non troppe. Le reti da pesca cinesi ci riportano indietro nel tempo. Un sistema di pesca antico, in cui il ritmo di lavoro segue quello delle maree e dell’andirivieni dei banchi di pesci. I pescatori sotto i cappelli sgualciti hanno sguardi severi, ed espressioni impenetrabili. Ti offrono il pesce appena pescato, incatramano barche o riposano sdraiati all’ombra di un albero. Gli indiani dormono dovunque.

Cominciamo a prendere confidenza con l’ambiente, ma ai cumuli di spazzatura non faremo l’abitudine nemmeno alla fine del nostro viaggio. Le città sono davvero sporche. Non esiste la raccolta dei rifiuti. Ogni rifiuto, cibo, contenitore, carta e bottiglia viene gettato a terra. Fatichiamo a capire.

In compenso Marine Drive, il lungomare della sera prima, ci appare diverso a quell’ora del giorno. Famiglie e coppie passeggiano, incuranti dello sporco e degli odori acri di ogni angolo, si siedono a guardare il mare spesso oleoso. C’è perfino un parco giochi per bambini: scivoli di cemento che ti sgrugni il culo solo a guardarli, altalene arrugginite ed erbacce che si arrampicano a soffocare tutto.

Per noi sarebbe un paesaggio da periferia degradata di una grande città, qui è il meglio che c’è. Alla sera scoviamo un delizioso ristorante grazie alla nostra fedele Lonely Planet, dove cominciamo ad assaporare diverse specialità locali. Tutte rigorosamente speziate da lacrimare. In più di una occasione ci siamo ostinati a chiedere il cibo non speziato, molto semplicemente “Not spicy, please”. La risposta era altrettanto semplice: “Impossible!”

India: guardando dentro…

Cominciamo ad abituarci all’umidità, e a muoverci per strada guardando in ogni direzione, all’erta, perché da ogni angolo può saltare fuori un camion, una bicicletta, o un bambino che corre. Tutto però si muove con assoluta sincronia, senza prendersi contro, un incastro di movimenti, passi e sorpassi che assomiglia ad una lenta danza. Baskar, parlando della guida in India, dice che è “a kind of magic”, e non si può dargli torto. Alla fine del nostro percorso saremo quasi abituati ai sorpassi degli indiani. Quasi, perché vederti arrivare un camion di legna diritto in faccia pur sapendo che lo schivi all’ultimo fa sempre un certo effetto.

IMG_4930.jpgA pranzo Baskar è nostro ospite dal primo giorno fino all’ultimo. Guadagna al giorno 150 Rupie, all’incirca 2 euro e mezzo, e deve pagarsi tutte le spese a parte la benzina che gli verrà rimborsata dall’agenzia per cui lavora. Un pranzo per tre persone ci costa dalle 400 alle 500 Rupie, (con il cambio dell’euro a 66), ossia tre volte o più di quello che guadagna in un giorno.

La vita degli autisti non è delle più confortevoli. Stanno lontani da casa per molti giorni in giro con turisti, fino a sette mesi l’anno, con salari davvero minimi, senza nessun tipo di rimborso spese.

Baskar più di una notte ha dormito in macchina, lasciandoci gentilmente all’ingresso del nostro albergo a fine giornata.

Ci siamo sentiti in colpa diverse volte, senza riuscire a lavarci di dosso questa sensazione.

Ma gli autisti sono fortunati, hanno un lavoro che reputano buono e che gli da una certa regolarità e stabilità e non sono costretti a vivere d’espedienti come la maggior parte delle persone che incontri per strada.

Mendicanti, accattoni, venditori d’ogni cosa.

E in mezzo a tutto questo ci sono le cose che proprio non riesci a farti entrare nella testa, che per quanto ti sforzi non riesci proprio a capire, le cose che ti fanno sentire così distante dalle persone, da uno stile di vita, dal modo di concepire e di organizzare la vita, così diverso dal tuo.

Il vostro matrimonio è un arranged marriage oppure un love marriage? – spara Baskar a pranzo aspettando il caffè. Sulle prime non capisco, e Cri è più svelta di me: in India l’80% dei matrimoni è organizzato dalle famiglie. Chi ha una figlia femmina cerca un uomo come sposo, conosce la famiglia, valuta l’occupazione lavorativa, e propone la propria figlia in sposa. Se le due famiglie trovano l’accordo e la dote in dono è considerata sufficiente, allora i due ragazzi si conosceranno direttamente il giorno delle nozze. La sposa va poi a vivere a casa dei suoceri e sta alle dipendenze della suocera. Con buona pace del romanticismo e di tutto quello che noi abbiamo in testa in merito alle relazioni uomo – donna. E poi c’è la dote: una somma in denaro che il padre della sposa versa alla famiglia dello sposo: una cifra che va dai 6000 dollari in su. Se ti nasce una figlia femmina è una tragedia, o quantomeno un problema serio. È una cifra assurda, ma la dote oggi tende tutt’altro che a sparire, e più che una usanza è uno strumento di lotta, di sopravvivenza nella guerra fra i poveri.

E poi le caste: se sei macellaio sposerai un macellaio, se sei un ciabattino un ciabattino, e così via. Senza possibilità di mobilità sociale. Un piccolo cambiamento sta avvenendo con l’istruzione: chi studia ha possibilità di ottenere un lavoro migliore. Ma l’istruzione costa e i soldi sono pochi.

Tuttavia anche chi ha studiato fatica a rompere questi schemi sociali, e secondo alcuni le caste in India sono più forti e numerose di trenta anni fa.

Backwaters: acqua, panni e sapone.

Ci spostiamo ad Alleppey, pronti ad imbarcarci per due giorni di navigazione nelle Backwaters del Kerala. Siamo pochi chilometri a Sud di Cochin, in una regione dove il mare stempera la terraferma, si unisce ai fiumi e crea dei canali navigabili nell’entroterra. Sulle rive sorgono villaggi di poche case, capanne, e la gente alterna il tempo fra la pesca e la coltivazione di riso nei campi. Osserviamo la vita scorrere tranquilla, assaporiamo a fondo i piccoli gesti quotidiani della vita lungo il fiume: le mani che lavano i panni, la raccolta del riso immersi in un verde impossibile, donne vestite nell’acqua al ginocchio a insaponarsi e a sorriderti.

Ci sentiamo alleggeriti, il rumore dell’acqua ci culla lungo il viaggio e la corrente si porta via le preoccupazioni rimaste nella testa dall’Italia. Alla sera mangiamo gamberi che sembrano aragoste e ci facciamo ipnotizzare dal canto dei grilli e dal guizzo di pesci, rumori interrotti solo dal pagaiare di un pescatore che sbuca improvviso dal nero che ci circonda, con una canoa e una lampada a fargli breccia nello scuro che conosce a memoria. Ci guarda, e con lo sguardo ci passa attraverso, come se guardasse l’infinito, l’espressione di roccia.

A pesca di…

Ci spostiamo a Sud, verso la punta dell’India rimanendo nello stato del Kerala, destinazione Kovalam, località balneare un tempo meta di turisti alla ricerca di spiagge solitarie.

Per quale errore non lo sappiamo bene, ma ci ritroviamo dirottati in un resort che fa cure ayurvediche. Perché un resort lo chiamano Hospital, ospedale?

In una cornice davvero piacevole alla vista ed estremamente rilassante, ci troviamo circondati da connazionali, giunti fin qui per fare le famose cure.

La medicina ayurvedica si occupa del benessere dell’individuo nella sua componente  fisica, psicologica e spirituale, seguendo il principio che per raggiungere uno stato di benessere questi tre elementi devono trovare un equilibrio e uno sviluppo coerente. Per favorire questo equilibrio si passa attraverso l’uso di erbe dal naturale effetto purificante. E fin qui niente di strano, ci viene da pensare che anche i nostri nonni avevano rimedi naturali contro i malesseri quotidiani o i mali di stagione (erbe, tisane, ecc.), e davvero l’esperto ayurvedico indiano ai nostri occhi assomiglia parecchio alla nonna della bassa modenese col foulard in testa. Non capiamo, o forse si, come in questo contesto possano arrivare voli charter di persone (prevalentemente italiani) felici si spendere intere settimane, e montagne si soldi, rinchiusi in luoghi come questi, a farsi massaggiare e purgare (avete capito bene!) tutto il santo giorno. Sentire parlare ai crocicchi questi incartapecoriti di quanto queste esperienze siano purificanti, estasianti e liberatorie, ci fa ridere di gusto.

Capiamo poi che tutte queste persone sono alla ricerca non di un trattamento, non di una cura e né di una esperienza: sono alla ricerca di una speranza, ognuno la sua! La speranza di non invecchiare, la speranza di rinforzare l’animo, la speranza di ripulire lo spirito, la speranza di ricostruire una relazione. E questa speranza, al Somatheram Ayurvedic Hospital, gliela fanno pagare con carta di credito.

Il villaggio accanto in compenso, a poche centinaia di metri, è fatto di baracche e foglie di palma, pesci a seccare al sole e fumo a far la nebbia tra le palme.

Gli unici indiani che incontri all’interno hanno il dictat di sorridere abbassando lo sguardo sulla terra quando incontrano il tuo,  continuando a raccogliere le foglie con le mani o gli insetti caduti in piscina.

Godiamo comunque della bella sistemazione, e ci concediamo diversi bagni rinfrescanti nell’oceano indiano.

Abbiamo la fortuna di incontrare, sulla spiaggia, i pescatori al rientro dalla pesca mattutina. Masticano una bacca che annebbia la mente, addormenta la fatica e fa sputare rosso. Hanno volti capaci di stregarti: sguardi profondi che raccontano delle levatacce all’alba per pescare la sopravvivenza, rughe solcate dal sale, denti persi da tempo nel fondo del mare.

E poi donne, a selezionare, a portare a casa carichi silenziosi in misteriosi equilibri sopra la testa.

Tutto si svolge con poco rumore, ogni movimento, ogni gesto, sembra scritto da tempo, e destinato a ripetersi chissà quante volte ancora. Assolutamente naturale, spontaneo.

E io sto li, con i loro occhi nei miei, che mi raccontano tanto senza bisogno di parole.

Quei volti incontrati, quegli sguardi, sono uno dei ricordi più belli e più intensi del viaggio.

Giù per la collina

Ci avviciniamo a Madurai facendo tappa a Periyar, riserva naturale sui monti che separano il Kerala dal Tamil Nadu. Ogni cosa ha un suo fascino in India. In questa remota regione vengono coltivate grandi quantità di tè, famoso nel mondo, e le piantagioni sembrano gestite da giardinieri svizzeri tali sono le simmetrie e la pulizia. Il verde intenso la fa da padrone. Nelle spice factory in quattro passi crescono tutte le spezie che conosciamo: pepe, cannella, noce moscata, zenzero, cacao e tutte quelle che ti vengono in mente. Ne portiamo a casa una buona scorta, a prezzi davvero ridicoli. All’interno della riserva naturale non abbiamo la fortuna di vedere gli elefanti abbeverarsi, ma il viaggio in barca circondati da indiani è comunque bello: siamo gli unici turisti, e per i bambini osservarci è forse più divertente che vedere gli elefanti. Ci guardiamo a vicenda, semplicemente curiosi.

Le mamme vogliono immortalare con le loro digitali un ricordo della giornata, e mettono i figli dentro al lago, con tanto di scarpe e orlo dei pantaloni a succhiarsi l’acqua come spugne. Un bambino ha la faccia perplessa, cerca di protestare e in tutta risposta si becca uno scappellotto sulla testa. Ha una smorfia sul viso che ci fa sorridere, un fastidio imbronciato che ogni tanto lascia scappare un sorriso.

 

Per raggiungere a Madurai scolliniamo fino a raggiungere una pianura arancione, dove qua e la spuntano dal terreno enormi monoliti rocciosi che mutano colore via via che scorre il giorno. Scivoliamo attraverso questa pianura secca fatta solo di arbusti, piantagioni di cocco, anacardi e villaggi risvegliati per una visita politica.IMG_4433.JPG

La strada che percorriamo è a tratti usata come un seccatoio: viene occupato un lato della carreggiata, con accanto un omino, secco anche lui, che con un rastrello sta fermo sotto al sole a rigirare ritmicamente preziose granaglie destinate all’alimentazione dei bambini. Le auto sono costrette a procedere a senso alternato. La strada non è molto trafficata, ma anche se lo fosse…

Ci fermiamo ad un bar con tetto di foglie vecchio di tre anni e molti buchi, un mucchio di acre monnezza che non manca mai e che è obbligatorio attraversare per raggiungere quattro muri e una turca senza tetto. Stiamo attenti solo a non incespicare in qualche cobra, ma Ganesh ce la manda buona.

Con Baskar comincia ad esserci sintonia crescente, nonché una reciproca simpatia. Gli diciamo che fermarci in posti come quello, lungo la strada, è per noi un valore aggiunto al viaggio. All’inizio sembrava disorientato, a disagio se non trovava un albergo dove farci pisciare. Poi ha capito che, per come siamo, fermarsi nel bagno di un distributore di benzina, dove le condizioni igieniche sono molto scarse, non avrebbe creato alcun problema. Ci siamo chiesti più volte a quale tipo di turisti era abituato, e se il suo servilismo fosse dovuto al tipo di persone che aveva incontrato nel suo lavoro. Alla fine del viaggio ci siamo convinti che le due cose non erano collegate. L’essere servile con noi era piuttosto un modo di ringraziare perché stava lavorando. Non perché noi, occidentali e tutto il resto, gli davamo da lavorare, ma il destino, il fato o un Dio glielo dava. E impedirgli di aprirti la portiera o di correre in macchina a prendere qualcosa che avevi dimenticato suonava offensivo, quantomeno poco rispettoso del suo lavoro e del suo ruolo.

Gli avremmo fatto sentire meno guadagnate le sue 150 rupie al giorno (2 euro e 20). Così abbiamo imparato a lasciarlo fare, senza sentirci in colpa.

Verso l’interno, verso l’interiore.

Madurai ha una forte identità indiana. La città conta più di un milione di abitanti e chissà quante capre e mucche per le strade a farla da padrone. Dal centro della città si ergono i gopuram, le imponenti torri di accesso variopinte del gigantesco tempio dedicato a Meenakshi. Tutto intorno case malcurate, risciò con carichi spropositati e tanto caldo ad avvolgere il tutto. Ci troviamo ora nel Tamil Nadu, le condizioni sono visibilmente cambiate, e ce ne eravamo accorti anche attraversando i villaggi in auto. La povertà qui è molto più presente, e ci dà subito il benvenuto: nei suoi animali liberi di vagare ovunque e di intasare il traffico, nei mendicanti dagli occhi persi, nelle baracchine lerce fatte di paglia e fango.

In questa città però faremo le esperienze più forti e significative del viaggio dal punto di vista umano, di relazione. Baskar chiede due o tre dritte per la strada e in un attimo giungiamo al Saint Mary of Leuca Hospital, l’ospedale gestito dalle suore della congregazione a matrice italiana. È difficile spiegare a Baskar perché passiamo qui tre giorni, dormendo in una camera d’ospedale di un convento invece che in un albergo. Non credo che nemmeno alla fine del viaggio si sia dato una risposta. L’accoglienza ricevuta è inaspettata. Veniamo immediatamente incoronati di fiori, invitati a riposarci e a bere qualcosa, e quel “Benvenuti a Madurai”, fra baci e sorrisi calorosi odora di casa. Sistemiamo le nostre cose in camera, e scendiamo per la cena. Con un ottimo e abbondante cibo facciamo la conoscenza di suor Noemi Carbone, la madre superiora della congregazione locale delle Suore di Santa Maria di Leuca. Questi momenti saranno fra i più interessanti della nostra permanenza qui, possiamo sentire racconti diretti di chi da 34 anni condivide la vita con gli indiani. Racconti commossi e di una sincerità disarmante. Suor Noemi, come spesso le persone che hanno fatto scelte di vita di questo calibro, ha una personalità molto forte e ci racconta con toni divertiti pezzi della sua vita che hanno dell’incredibile. Una esperienza missionaria cominciata a 19 anni, negli Stati Uniti degli anni ’50 attraverso epici viaggi in nave, continuata in Belgio per altri anni e poi l’India, cercata con grande determinazione, ottenuta attraverso un permesso di soggiorno avuto direttamente dalle mani di Indira Gandhi. Ciò che ci colpisce di più è la determinazione di questa donna di quasi 80 anni, con acciacchi di varia natura che non l’hanno resa meno debole, che con piglio sicuro coordina un ospedale in espansione e una scuola di 1600 studenti. Appassionati dai suoi racconti ma ancora un po’ timidi avremmo tante domande, ma in un attimo siamo mandati a riposare. Sono le 8 e 30 di sera, siamo già nella nostra  camera d’ospedale e non vola una mosca. Fuori piove. Non ci resta imbrogliare un po’ il tempo e attendere domani.

In una mattina visitiamo prima la scuola e  poi l’ospedale.

Distribuiamo regali per bambini e ragazzi che hanno avuto i migliori risultati scolastici della settimana,  nell’assemblea nel vasto cortile dopo l’alzabandiera e i canti di rito del lunedì. Sono semplici cose: un attestato di bravura della scuola, un quaderno, penne colorate, una matita e poco altro. Ma che soddisfazione ricevere quei premi davanti a tutti! Ci sono 1600 ragazzi disposti per file, nelle loro divise tono su tono marrone, e non vola una mosca. Sembra di assistere ad una premiazione olimpica. L’attenzione ricevuta ci brucia la pelle, impieghiamo un po’ a sciogliere l’imbarazzo. Penso alla mia esperienza a scuola, e sono sinceramente ammirato da questi ragazzi. Nel giro che segue, classe dopo classe, non mancherò di sottolineare loro quanto mi comunicano il loro appartenere alla scuola, e quanto sia tangibile il loro interesse, il rispetto reciproco e la loro partecipazione al processo scolastico, che fa crescere al ritmo di piccoli rituali, una cultura oltre che un’istruzione. Porto via tanto dall’incontro con questi ragazzi, che chiedono sistematicamente se ci piace la loro scuola, la loro cultura, il loro cibo, i loro usi e costumi. Sono incuriositi da noi che siamo diversi, che veniamo da un mondo che non sanno immaginare; e sono pieni di domande, alcune ce le fanno, altre se le tengono per loro. Visitiamo le classi una ad una. Negli occhi leggiamo una grande voglia di conoscere, conoscere e incontrare più che sapere. Penso ai ragazzi italiani di oggi, che quando vedono qualcuno di diverso pensano spesso da cosa debbano difendersi.

Visitiamo il povero ma pulitissimo ospedale, prendiamo in braccio bambini con poche ore di vita e già i primi stracci addosso. Un futuro in parte già segnato: sono femmine, e questo è già fonte di preoccupazione per i genitori, il che significa una donna da sposare, una dote da garantire e altri problemi annessi all’essere donna in India.

Al pomeriggio ci tuffiamo nel nostro primo tempio.

È da togliere il fiato. Non sappiamo bene cosa aspettarci, e tutto odora di mistico, magico e un po’ filosofico. Tutto è vissuto di pancia. I rituali di preghiera, le offerte di lanterne a olio, i colonnati grigi che si stendono simmetrici verso il cuore pulsante del tempio.

IMG_4562.jpgNella nostra mente, costruita nel vecchio continente, legata al modo di pensare per azione e reazione, per causa – effetto, molti gesti ci appaiono tribali, forse anche primitivi.

In realtà siamo presuntuosi nell’approccio, e pure un po’ arroganti.

Quel pregare senza coinvolgere la testa o la ragione non ci appartiene, e ce ne teniamo distanti. Siamo spaesati, cerchiamo di mostrarci rispettosi, ma sentiamo che, ne con la pancia ne con la testa riusciamo a entrare in assonanza con quel che incontriamo in questi luoghi.

La vita del tempio però ti avvolge: con le sue polveri da calpestare, le erbe offerte a idoli nascosti in luoghi inaccessibili, le lampade di olio puzzolente, gli inchini di preghiera, la devozione profonda e i mendicanti affamati. E fa sorgere tanti punti interrogativi. Confrontiamo quel mondo con il nostro e ci chiediamo: chi è nel giusto? Sappiamo non esserci risposta, ma siamo contenti perché, ancora una volta durante un viaggio, sentiamo sorgere in noi delle domande.

Domande, il miglior rimedio alla tristezza, all’apatia, alla pigrizia mentale che spesso ci tenta nel tram tram quotidiano, e alla quale sarebbe semplice abbandonarsi fino ad addormentarsi. Uno stimolo a restare a galla in quella società che circonda casa nostra e in cui spesso non ci riconosciamo, dove l’unica alternativa sembra sia produrre per poi consumare e viceversa.

I problemi dell’India stanno da un’altra parte. A cena veniamo nutriti di altri racconti, quelli di un’India che non toccheremo con mano nel nostro viaggio: il proliferare delle caste, le ingiustizie di stato, la violenza sulle donne.

Ci rimane impressa la storia di una ragazza. Medico, cattolica, si sposa con un ragazzo conosciuto il giorno delle nozze. Il padre le ha dato una buona dote, lei va a vivere come da tradizione a casa della famiglia del marito. La suocera un giorno le dice di andare a casa da suo padre e chiedere un’automobile. Lei prova ad opporsi, fare una cosa del genere significa ridurre il padre sul lastrico, metterlo in grande difficoltà. Nessuno vuole sentire ragioni, la picchiano per convincerla ma lei non cambia idea. È decisa,  non vuole esaudire la richiesta. L’epilogo è raccapricciante: la prendono, la legano ad una sedia, lei e la sua arroganza, e la bruciano viva.

A questo racconto facciamo seguire un lungo silenzio.

È sempre il silenzio che ci accompagna al lebbrosario la mattina seguente.

Baskar è allucinato, mentre percorriamo le strade di campagna non dice una parola. Siamo a est dalla città, di parecchi chilometri. Intorno solo poche rare e anonime abitazioni. Una campana annuncia il nostro arrivo, e diverse persone, dall’aspetto spettrale, si trascinano fuori dai loro nascondigli in penombra per giungere fin sotto alla tettoia pavimentata di cemento grezzo e si siedono davanti a noi, in attesa. Preghiamo insieme, e poi distribuiamo caramelle.

Caramelle!

Due lunghe file di persone avvolte in stracci, affette da una malattia prepotente che porta via la speranza pezzo per pezzo, strappandotela di dosso.

E noi distribuiamo caramelle.

Quattro o cinque per uno. Poche semplici caramelle. Un niente che racchiude tutto. Un po’ di speranza da assaporare per qualche minuto, una compagnia inaspettata che fa sentire per un attimo meno soli. Un po’ di considerazione da parte del mondo che li ha seppelliti in un angolo di secca campagna rossa, senza possibilità di replica.

Sfioriamo mani senza più dita, occhi che ci scrutano con spietata intensità e ci sentiamo inadeguati dentro ai nostri stessi corpi. Tutti pregano per noi, a mani giunte se le hanno ancora, se no con quel che ne rimane, sorridono senza denti e ci tengono a farci vedere il niente che possiedono. Non chiedono niente, non hanno più la forza di fare nemmeno quello.

Una giovane donna ci accompagna per tutto il percorso fra gli alloggi: buchi ammuffiti in cui tutti dormono per terra, condividendo lo spazio con le capre. Non capiamo quello che ci dice, ma delle parole non c’è bisogno. Ci aspettavamo il peggio, e il peggio è stato. La cura per la lebbra costa pochi centesimi al giorno, cerchiamo un senso a tutto questo e il senso, semplicemente, non c’è.

Ce ne andiamo, la ragazza ci ringrazia di essere andati a trovarli, perché non abbiamo avuto paura ad andare dove quasi nessun altro trova il coraggio di andare.IMG_4682.jpg

A noi manca il coraggio di abbracciarla, ma i nostri occhi sono pieni di lacrime e spero che dicano qualcosa di noi che non potremmo dire altrimenti.

Salutiamo le suore con affetto, grati della loro accoglienza e delle esperienze che ci hanno fatto vivere. Abbiamo incontrato in loro delle belle persone davvero, autentiche, sempre sorridenti anche davanti a  difficoltà che possono sembrare insormontabili, convinte del fatto che, per cambiare il mondo, basta cominciare a guardare con altri occhi chi ti sta accanto.

Ci portiamo in valigia un grande insegnamento, anzi un esercizio: quello del relativizzare le esperienze, in particolare i problemi, e analizzarli sempre con occhi diversi. Guardarli da un’altra angolatura.

 

Togli e metti.

I giorni che seguono sono giorni intensi: maciniamo chilometri a piedi fra i colonnati dei templi, soffocati dall’afa crescente.

Abbiamo modo di ammirare diversi stili di costruzioni, dove alcuni ci sembrano ridondanti, e altri richiamo alla memoria gli stili architettonici a cui siamo più abituati. Certe cose cominciano, onestamente, ad infastidirci: le montagne di spazzatura, i mendicanti insistenti e certi odori nauseanti. Resistiamo meno ore in giro, e, complice il caldo che davvero ci priva di energie, ci sentiamo presto stanchi, piegati.

I templi che visitiamo hanno ognuno un’anima differente, un diverso modo di concepire la vita all’interno dello stesso. Alcuni più “mistici”, altri più “aperti”, altri ancora più “comuni”.

Passiamo da alcuni semivuoti, musei a cielo aperto, ad altri che sembrano bazar, o altri ancora pieni di personaggi dalle facce cosparse di cenere sacra. Quelli pieni solo di musiche riecheggianti.

Anche nei templi, come nelle strade, spesso tutte le categorie si mischiano, si accavallano: il commerciante, il sadhu, il mendicante, il devoto, la guida improvvisata, l’ammaestratore di elefanti. In un equilibrio magico.

Thanjavour, Darasuram, Kumbakonam, Chidambaram, nomi a cui associamo ora ricordi con tonalità diverse.

Baskar va via in punta di piedi verso una nuova destinazione che ancora non conosce, ma quando ci saluta ha la voce rotta. Gli siamo grati.

Chiudiamo il nostro viaggio a Mahabalipuram, fra templi monolitici estratti dalla roccia che hanno preso lo tsunami come un gioco e pietroni in bilico su una collina che non ti spieghi perché.

Passiamo le ultime sere in un albergo che sa davvero di India: condividiamo la spiaggia con le capre al pascolo e prendiamo il sole con placide mucche, ma alla sera assaggiamo varietà di ottimo pesce.

Abbiamo l’occasione di incontrare ancora persone che ci arricchiscono con le loro storie: gli scalpellini esperti di storia della religione, i ristoratori che cercano di accaparrarsi clienti con espedienti inverosimili, l’anziano guardiano della spiaggia annoiata che parla un in inglese più sgualcito della sua divisa.

L’ultima sera il tassista con cui abbiamo contrattato la serata al ritorno non si presenta. Abbiamo l’albergo fuori città, due ore di scarse di tempo e 50 rupees. Non un taxi in giro.

Un ragazzo che abbiamo conosciuto in un negozio di artigianato ci vede seduti sul marciapiede polveroso. Tempo un minuto siamo in tre sulla sua moto: lui alla guida, Cri in mezzo e io che mi faccio bastare 5 cm di sedile. Traballanti, schivando mucche e persone che dormono per strada, arriviamo a destinazione divertiti.

L’India ci saluta  col suo sorriso, sussurrandoci arrivederci.

 

 

Tra i colori – Reportage dall’Indiaultima modifica: 2009-09-27T00:58:00+02:00da claudioscara
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento