Landing Cairo

7e3576ec40826727962cad88976c53c5.jpgSalinger scriveva: “E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno, o finisce che sentirete la mancanza di tutti”. E in effetti è vero, non ho nemmeno cominciato a raccontare di questo viaggio che già di quei posti e delle persone incontrate sento la mancanza.

Il nostro viaggio comincia con una grande voglia di partire, ma anche con un grande punto interrogativo circa quello che troveremo, quel senso di incertezza che spesso si prova quando si deve lasciare casa. Sappiamo che saremo ospiti di amici fidati, ma le domande che ci poniamo sono sempre quelle: come sarà la gente, quale ambiente troveremo, cosa vedremo, a quali difficoltà andremo eventualmente incontro.  La destinazione è il Cairo. Non parliamo una parola di Arabo, e l’impossibilità di comunicare una volta arrivati ci fa sentire un po’ insicuri. Ma la voglia di conoscere posti nuovi e differenti stili di vita è molto forte, e fa pendere l’ago della nostra bilancia emotiva dalla parte dell’entusiasmo frizzante, e una volta che l’aereo si stacca da terra le paure e i dubbi lasciano spazio alla curiosità del conoscere, e non vediamo l’ora di arrivare a destinazione. Atterriamo al Cairo in perfetto orario. Giusto il tempo di prendere le valigie e, ancora prima di raggiungere l’uscita, vediamo Federica sbracciarsi per salutarci. Il calore dell’abbraccio di Fede e Cri si somma a quello dell’aria. Ci sono circa trenta gradi, la gente mi gira intorno frenetica. E’ una sensazione alla quale dovremo cercare di fare l’abitudine.

Al Cairo ci si muove in taxi. Puoi raggiungere qualsiasi posto per pochi soldi (un’ora di taxi costa all’incirca 50 lire egiziane, la lira egiziana è cambiata a 8,4 per ogni euro).

Il parco macchine Cairota è costituito perlopiù  da auto d’uso in Europa negli anni 70, ma tutte in pessime condizioni: sedili mancanti, fanali rotti, ammaccature da ogni lato, paraurti penzolanti, copertoni rappezzati. Gli interni concedono qualche variante sul tema:  il cruscotto, per isolarlo dal calore del sole, è rigorosamente coperto da un panno di pelo lercio e impolverato ma può variare il colore; il numero degli specchietti retrovisori è variabile, c’è chi ne ha uno solo ma lungo trenta centimetri e chi ne ha 4 o 5  più piccoli attaccati sul lato interno del parabrezza; i mussulmani hanno il Corano sul cruscotto, sopra al panno di pelo, che per una qualche ragione mistica non si muove mai.

Abbiamo subito la conferma dei racconti di Fede e Kant sui tassisti: non sono normali. Come del resto il traffico, di auto e umano, al Cairo. Ma non potrebbe essere diversamente in una città di circa 25 milioni di abitanti. Viaggiano tutti a una velocità troppo elevata e non ci sono regole, per sorpassare basta trovare un varco fra le auto e buttarcisi dentro. Se sei seduto nel posto accanto al pilota di sicuro non ti annoi, e una volta che ci hai fatto l’abitudine, potresti passare dalla sorpresa allo stupore e poi all’ammirazione per quello stile di guida. Certo, basta non pensare che delle volte puoi rischiare l’osso del collo.

I taxi, come le persone, sono dovunque. Se vuoi camminare per strada impari a non fare caso a tutti i tassisti che ti affiancano, quasi salendo sui marciapiedi,  per chiederti se hai bisogno di un passaggio.

Per attraversare c’è un unico modo: buttarsi in mezzo alla strada, lasciare che qualche macchina ti passi davanti e qualcheduna dietro e, insh’Allah (“se Dio vuole”), raggiungere l’altro lato.

Ci fa un effetto strano sentire Fede parlare Arabo, e ci colpisce il tono con cui parla alle persone: è un tono che suona aggressivo, che apparentemente non lascia repliche. I toni del linguaggio ci appaiono troppo accesi, forti.  Ci renderemo conto, dopo qualche giorno, che quello che non abbiamo  è un codice per leggere la comunicazione fra le persone.

Le discussioni, come ci saremmo accorti successivamente, sono sempre animate dallo spirito di contrattazione, mirano ad avere ragione sull’altro, mirano al tentativo di guadagnare, strappare, ogni singola lira, perché è in gioco la sopravvivenza. Daniele ci farà notare che un Egiziano non discute, un Egiziano ti dice la sua verità.

I toni devono diventare più alti, in particolare se sei una donna, a contrastare l’arroganza che il tuo interlocutore spesso usa nelle discussioni. E il ricorso quindi alla forza e alla determinazione verbale diventano una necessità. Anche la postura e la prossemica fra le persone sono, conseguentemente a questo modo di costruire le relazioni, impostate in maniera diversa rispetto alle nostre abitudini. Spesso sentiamo gli altri troppo vicini, ci sentiamo le persone troppo intorno; alla sera tutto si traduce in uno stress mentale e sensoriale.

Il taxi attraversa l’area periferica, puntando dritto verso Downtown, il centro della città.

Il paesaggio urbano lascia esterrefatti: minareti si ergono da ammassi continui di palazzi e case che sembrano stare in piedi per miracolo, scrostate a più non posso. Le zone periferiche del Cairo sono come alveari non intonacati, stipati a forza l’uno accanto all’altro, in maniera disordinata e sconnessa. Certi scorci richiamano alla mia mente alcune delle immagini visionarie delle “Città Invisibili” di Calvino.

Dal centro raggiungiamo Zamalek, un’isoletta abbracciata dal Nilo a Est e ad Ovest. Casa di Daniele e Federica si trova sulla punta a Nord.

Zamalek è forse la zona più privilegiata della città. È zona di ambasciate, ognuna con i suoi guardiani davanti, con la divisa bianca d’estate e nera d’inverno, a spartirsi il giorno e la notte per 30 lire al mese. Il pranzo più economico, un panino con felafel, le frittelle fritte di fave, costa 1 lira.

Il pregio delle case di questo quartiere è relativo agli standard egiziani e, in particolare, del Cairo. I grandi palazzi di questa zona assomigliano alle grandi unità abitative dei quartieri degradati delle periferie delle grandi città italiane come Roma, Napoli, Palermo. All’orizzonte, al tramonto, si stagliano su un telo arancione profili di palazzi, parabole, minareti e uccelli in volo. Lo smog rende l’aria pesante e fitta, una coltre. Alla sera ti ritrovi il naso pieno di sabbia, i capelli pesanti e intricati, e ti sembra di aver fumato dieci sigarette.

Le contraddizioni e i paradossi di questa città ci si presentano già dalla vista della nostra camera. Il cortile interno è un manto di polvere nevicata li da chissà quanto tempo,  i condizionatori sono appesi precariamente in ogni finestra o balcone, intrecci di fili cacciati a forza dentro i muri. Dall’altra parte del Nilo svetta una doppia torre dorata lucente, il palazzo della famiglia Sawiris, illuminata dall’imbrunire in poi. È distante poche decine di metri, ma in mezzo ci scorre, silenzioso, un mondo.

La sera la trascorriamo con quattro passi per Zamalek. A cena le spezie ci inebriano.

I negozi non chiudono, le auto non smettono mai di suonare il clacson, dai minareti partono cadenzate e lamentose preghiere. I canti dei Muhezzin accompagneranno le nostre giornate, fin quasi a cullarci con la preghiera alle ore quattro del mattino.

Il Cairo è insonne. I cinema continuano le proiezioni fino alle quattro del mattino e ci vanno i bambini. Il traffico è inarrestabile e, come se non bastasse, imprevedibile. L’ora di punta dura 24 ore.

Il brulicare di persone non si ferma mai.

Ci sono molte, troppe persone in ogni posto. Fuori dagli alimentari ricavati da garage ci sono almeno in due,  pronti a portarti a casa la spesa in cambio di una mancia. Vivono di questo.

Andiamo a dormire, stanchi ma felici di essere qui.

 

 

c3b0dead94fa509d36d0b88daf17c10f.jpgLa vita della città ci salta addosso a downtown. Le vie del centro sono un susseguirsi di negozi, persone, bar, tavole calde, mendicanti, autobus stracolmi. Le persone sembrano rincorrersi. L’aria è pregna di gas di scarico, spezie, kebab e cattivi odori. Ogni cosa cerca di attirare la tua attenzione a voce alta. Siamo sottoposti ad un sovraccarico sensoriale.

Giriamo la testa di qua e di la, spaesati. Attraversare la strada richiede uno sforzo di concentrazione, e una buona dose di coraggio. Ma al Cairo le famiglie attraversano anche l’autostrada, a cinque corsie, e non possiamo non adeguarci.

Di fila uno all’altro palazzi tenuti insieme da intrecci di fili, case un tempo vestite con l’abito buono ma ormai logoro. Altri palazzi conservano solo il ricordo dell’epoca coloniale. Palazzine in stile francese, altre in stile liberty, altre ancora inglesi. Hanno tutte l’espressione triste e il colore grigio, ma il tutto, nel complesso, ha un grande fascino. Immergerti in queste strade ti fa sentire più piccolo, e quasi ti obbliga a non fermarti. In giro non ci sono turisti, e siamo abbastanza osservati.

Anche le vetrine dei negozi sono troppo piene. Tutta la merce è ammassata in vetrina: mura di scarpe, montagne di stoffe, valanghe di borse, borsette e borsine. I negozi di intimo sono un mondo nel mondo: reggiseni abbondanti e mutande minimali, body succinti, guepiere e autoreggenti  in bella mostra. Davanti alla vetrina una donna completamente velata di nero guarda attentamente prima di entrare. Malesh! In arabo significa più o meno “Lascia che sia”.

Le piazze della città sono diventate vorticose rotonde. Piazza Tahrir, una delle più grandi, vede affacciarsi un palazzo grigio dall’aria severa, sede di alcune delle attività burocratiche del paese. Sembra anche stanco. Dall’altro lato  il museo egizio sta a guardare e, da dietro al cancello attentamente sorvegliato, attende pullman di turisti. I grandi cartelloni pubblicitari stanno protesi in avanti.

Le grandi catene di alberghi non le puoi sbagliare, potrebbero anche non avercela l’insegna. Sono puliti e vestiti firmati, belli pettinati e patinati. Loro sono alti e altezzosi.

Raggiungiamo l’Hurrya, un bar aperto sulla strada in cui puoi leggere un giornale, bere te, mangiare felafel e pane, farti lucidare le scarpe dal ragazzino all’ingresso, fumare una sigaretta e, perché no, bere una Stella o una Sakkara, le birre di produzione egiziana. Siamo in un paese mussulmano e l’alcool, fuori dai circuiti turistici, non lo trovi nei bar lungo la strada. Ma Hurrya significa libertà. Un anziano con parrucchino improbabile siede da solo in un tavolino: tutto il giorno beve te e scrive storie su fogli di carta ingiallita. Fuma di continuo sigarette senza filtro. Di fronte a lui quattro persone sembrano voler mangiare in un sol boccone le polpette, il pane e le verdure che hanno nel piatto.

La pausa e la birra contrastano il caldo e la fatica. Restare immersi nel caos delle strade è quasi stordente.

138ac6e4091c3b013ed7ca4ab18f4e01.jpgContrattiamo il prezzo di una corsa per Al-Azhar, il parco collinoso ricavato da una discarica. È una parentesi acustica dai rumori insistenti della città, e un balcone da cui affacciarsi sulla distesa di case che va fino all’orizzonte. La luce del tramonto è filtrata dalla coltre dei gas di scarico che, sospesi a mezz’aria, rendono il paesaggio ovattato. I toni dei gialli appaiono accentuati. Ci rendiamo conto solo qui delle dimensioni della città. Non riusciamo a vederne la fine. Le case sono ammassate, quasi accatastate. Una distesa infinita di minareti, antenne paraboliche, muri crollati, moschee, panni stesi e spazzatura. Giù in fondo grattacieli e il Nilo che non riusciamo a vedere. Alle nostre spalle la Cittadella, con l’imponente moschea, il nuovo quartiere residenziale e dietro ancora sappiamo non esserci più nulla, se non il deserto fino al mare. Molti ragazzi giovani stanno affacciati a guardare la città, avranno sempre qualcosa di nuovo da vedere. Passeggiano, si abbracciano. Vorrei capire cosa si dicono, cogliere qualche parola delle famiglie che ho accanto ma, ahimè, posso affidarmi solo all’interpretazione del non verbale. Molti sorridono, bambini si lanciano giù per  le discese con i monopattini, altri ancora sono sdraiati nelle aiuole verdi. Sembrano contenti. Camminare e ammirare il paesaggio dopo l’intera giornata a downtown ci fa tirare un respiro di sollievo. Appena il tempo di assaporare questa sensazione che ci buttiamo di nuovo nel traffico, questa volta a piedi, per raggiungere una delle più antiche scuole coraniche del Cairo. Durante il cammino un gruppo di ragazzi sporchi e  vestiti di stracci ci avvicina per chiederci dei soldi. Non diciamo una sola parola, ma capiscono che siamo italiani.

Giunti a destinazione, una volta transitati sotto al metal detector assistiamo allo spettacolo dei monaci dervisci. e4ae3e6713212ee508042fffe9bb8565.jpgNovanta minuti di percussioni, canti a balli spettacolari, frutto di una scuola di ascesi religiosa. Il chiostro è pieno di gente, ma regna un rispettoso e ammirato silenzio, interrotto ogni tanto da applausi sinceri. Anche il nostro spirito è trasportato sulle onde della musica, e il turbinio di colori solletica la nostra fantasia, e ci fa provare quello stupore che appartiene ai bambini. Mentre torniamo a casa ci sembra che per strada la gente sia, se possibile, aumentata. Rituffarsi nel fiume di gente è sempre uno shock, e mi chiedo se mai ci si possa fare l’abitudine. Il buio della notte aumenta il senso di spaesamento. Ognuno si muove come se dovesse raggiungere un punto a terra in continuo movimento. Prendiamo un taxi una volta abbandonato la massa dei turisti e ci rifugiamo in casa a trascorrere la serata. Mentre ci addormentiamo le immagini della giornata continuano a scorrere fino a quando, stanchi, cediamo velocemente spazio al sonno.

Landing Cairoultima modifica: 2008-05-11T20:54:56+02:00da claudioscara
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3 pensieri su “Landing Cairo

  1. Ragazzi mi avete fatto rivivere i bellissimi momenti trascorsi insieme! E avete saputo cogliere lo spirito di questa immensa città, che in questi giorni, non so perchè, mi fa venire un po’ di mal d’Africa già prima di averla lasciata!
    Grazie ancora per essere stati con noi! Non lo dimenticheremo mai!!

  2. Recentemente ho letto il bellissimo libro di Khaled Al Khamissi “TAXI” e oltre a farmi rivivere momenti bellissimi e suggestioni di questa magnifika e kaotika città mi ha suggerito altri luoghi da visitare che mai avrei creduto. Divertentissimi i commenti sui tipici “atteggiamenti egiziani”…

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