Quattro passi…

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Se c’è una cosa che sto imparando dal mio lavoro è camminare. Fare l’educatore di strada mi obbliga a non stare mai fermo, a camminare tenendo gli occhi aperti ai segnali che i luoghi e le persone possono suggerirmi. Ieri mi trovavo in quel di Sassuolo per fare il tagliando alla macchina (non chiedetemi perchè a Sassuolo, lasciamo perdere…) con due ore da far passare. Mi ero portato un libro, ma l’idea di cominciare a leggere David Grossman dentro un’officina o ancor peggio su una rotonda della circonvallazione non mi entusiasmava. Ero nel bel mezzo del quartiere Braida, e così ho cominciato a camminare. Prima il centro commerciale, poi sù e giù per quelle strade che regolarmente sono alla ribalta sui giornali, non proprio per la cronaca rosa. Camminando, più di un elemento mi richiamava il Brasile. I contrasti erano molto forti. Lungo la circonvallazione, in poco più di mille metri, c’è uno schizofrenico alternarsi di hotel a quattro stelle e case dall’aspetto fatiscente. Ogni pochi metri il paesaggio cambia. Passo da un prato all’inglese ad un discesa per garage invasa da bottiglie di birra e stracci. Scorro ora con la memoria le immagini che mi restano a poco più di dodici ore di distanza:

Hotel Matilde di Canossa, un cartello con la scritta restaurant francese, una panda che consegna pizze a domicilio, antenne paraboliche ammassate sui balconi, condizionatori luccicanti, auto di lusso, una siepe ben curata, vetri rotti alle finestre, phone center con scritte incomprensibili, auto di lusso parcheggiate fuori dalle concessionarie, arabi che girano a piedi, odore di curry, puzza di piscio, gruppi di gente, facccie tristi, gente con poco tempo, gente con troppo tempo da riempire, pance da riempire, auto della polizia, tappeti alle finestre, una vecchia che gira per strada, un cane randagio. 

Sono immagini che centrano poco l’una con l’altra, eppure sono li, accatastate nella mia mente.

Accatastate, questa è la sensazione: che tutto in quel quartiere sia accatastato, appoggiato li in attesa di metterlo da un’altra parte.

Sembra una soffitta da riordinare.

Cammino ancora, mi addentro nel quartiere. Non mi sento tranquillo, mi sento troppi sguardi addosso, c’è un silenzio strano. Incontro molta gente che cammina e fuma, e ha la pelle scura e poco pulita. Guarda in basso, si fissa le scarpe vecchie che si trascinano verso chissà dove.

Entro  in un parco, mi siedo su una panchina. Il parco è pulito, curato. Mi  sento meglio. Accanto a me un tavolo di legno, quattro signori anziani che giocano a carte. Di fronte a me un gruppo di quattro ragazzi immigrati, probabilmente del nordafrica. Due di loro bevono birra. Non capisco cosa dicono. Ogni tanto mi guardano.

Gli occhi di quei ragazzi hanno lo stesso sguardo degli abitanti di Goiania, di Salvador Bahia, di Rio de Janeiro.

Dopo poco arriva un altro ragazzo. Italiano, benvestito, si siede sulla panchina di fronte alla mia. Mi guarda, anzi mi studia. Cerca di fare l’indifferente ma non ci riesce. Chissà se io sono più bravo di lui a far finta di non interessarmi a lui. Non mi do una risposta, e facccio finta di leggere il mio libro. Il ragazzo si passa le mani fra i capelli in continuazione, è impaziente, muove i piedi in continuazione, e si guarda in giro. Sembra che la panchina gli bruci sotto al culo. E’ entrato nel parco dal lato che si affaccia sulle villette a schiera. Guarda l’orologio. Dall’altro lato del parco giunge un signore, con la pelle scura. Non riesco a dargli l’età. Questo non è vestito bene. I due si guardano, e appena si vedono si vanno incontro. Un pacchetto passa di mano. Il ragazzo delle villette lo saluta dicendo: “Quando ti richiamo ci troviamo sempre qui.” Non è una domanda. E’ un’ordine. L’altro fa di sì con la testa e si allontana con passo svelto.

E’ ora di tornare indietro, ho solo mezz’ora di tempo per tornare all’officina. Mentre mi avvio un ragazzo, penso magrebino, mi viene incontro e mi chiede se sto cercando qualcosa. Ha una faccia poco rassicurante, e io ho paura. Mi afffretto a dire no, e cambio direzione. Cammino un’altra mezz’ora, tentando di riordinare i pensieri. Ma non so come metterli.

 

Quattro passi…ultima modifica: 2008-03-21T10:40:00+01:00da claudioscara
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