195 metri

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195 sono gli ultimi metri da percorrere per terminare una maratona. Prima bisogna fare 42 km. Misura bislacca, con una storia curiosa e particolare.

Ieri ho concluso la maratona di Ferrara, la mia seconda.

Quei 195 metri non finivano davvero mai.

Ecco il racconto dei 42 km che li precedevano.

Si parte alle ore 9:30. Ovviamente arrivo con largo anticipo per godermi un po’ di quel clima di festa che solitamente accompagnano le maratone.

Invece niente.

Niente musica.

Niente stand di esposizione.

Niente microfoni a esaltare i maratoneti presenti.

Quattro bagni chimici per 1600 runners e buona notte. Mi dico che fa lo stesso, che in fondo io sono li per correre, per affrontare quella sfida che la maratona rappresenta. Mi ripeto sempre che l’obiettivo di una maratona deve essere quello di finirla, senza lasciarsi sopraffare dai km che scorrono lentamente.

Però…

Però mi sento in forma, le ultime corse di allenamento sono andate bene e sto correndo molto più forte rispetto alla maratona precedente, a Firenze. Le condizioni meteo sono migliori, a Firenze diluviava, qui c’è il sole.

Pronti via, lo sparo arriva alle nove e trenta precise.

Percorro i primi km godendomi l’aria fresca della mattina, non guardo quasi per niente l’orologio e corro a sensazione, stando attento a non spingere troppo. Devo mantenere energie.

Al 10° km sono fresco come una rosa, e anche la media è ottima (per i miei standard, si intende), sono sui 5,15 al km.

Tiro il freno, le gambe mi dicono di andare più svelto ma mi trattengo. So che è ancora lunga.

I km scorrono via tranquilli, giriamo intorno alla città e rientriamo al castello per il traguardo della mezza maratona.

Sono a metà e mi sento bene. Ho le gambe un po’ stanche, ma nella norma.

Il caldo però aumenta notevolmente.

Mi aspetto di fare un passaggio sulle mura, dentro a quei parchi a cui abbiamo ronzato intorno fino ad adesso e che sarebbero sicuramente rinfrescanti.

Invece niente.

Gli organizzatori hanno pensato bene di fare fare ai maratoneti i km dal 23 al 35 in una landa desolata, a metà fra campagna e zona industriale.

Ombra zero.

Persone a guardarti e a fare un po’ di tifo: zero.

Gradi: 25

Ci sono solamente le ambulanze a cadenza di 10 km.

Tutto molto confortante per uno che si appresta a fare uno sforzo come quello che il fisico e la mente deve sostenere per gli ultimi 12 km.

Passo a 30 che ho ancora una buona andatura. Comincio a pensare all’arrivo, in proiezione potrei chiudere in 3h40m, abbassando il tempo della precedente di quindici minuti abbondanti.

Poi arrivo al 32° km, al fatidico muro, dove mi accorgo che il mio fisico comincia a prendere energie non dalle riserve di carboidrati, che a questo punto sono a zero, ma direttamente dai miei grassi corporei.

Mi rendo conto che il mio metabolismo cambia, sento la fatica, ma mi ripeto che è una fatica solo mentale, che con la motivazione posso controllare lo sforzo fisico.

Decido di abbassare il ritmo.

I km sono sempre più lunghi, lo so che è adesso che si gioca tutta la gara.

Agli incroci la gente invece che sostenerti urla isterica coi vigili perchè non possono passare in macchina.

E’ la terza volta che vedo questa scena.

Mentre attraverso una rotonda un vecchio alla guida di una panda argento scende incazzato come una biscia dopo che ha cercato di passare nonostante il divieto. La vigilessa gli urla contro di risalire in auto.

Io ho appena preso una spugna per bagnarmi la fronte dalle vasche a bordo strada. Vedo la scena mentre mi avvicino e gliela tiro sul parabrezza.

Proseguo.

Al km 35 mi fermo a bere, a mangiare e decido di camminare per un po’.

Ho le gambe pesanti, il caldo mi ha stancato moltissimo. Ho la faccia incrostata di sali sudati attraverso la pelle.

Rallento ancora, cammino un poco e riprendo.

Al 37 incontro Cri, Alessandro, mamma-papà e Francy.

Una botta di ottimismo mi spinge per un altro km e mezzo.

Poi…

Poi il crollo. Forse fisico più che psicologico.

Ho attacchi di nausea che mi costringono a fermarmi.

Non guardo più il tempo, ormai mi rendo conto che devo solo arrivare in fondo, di migliorare la prestazione della volta precedente non se ne parla neanche. E forse è giusto così, deve essere questo il modo di pensare di un runner. Ma tutto fa esperienza, anche questo.

Ho deluso una aspettativa personale e questo si fa sentire sul morale e indirettamente anche sulle gambe.

Mi fa male l’unghia dell’alluce destro, forse salterà via.

Sono quasi solo. Cerco di farmi compagnia con due sconosciuti che mi affiancano, arrancano anche loro.

Facciamo la spola, trenta metri corro io e li supero. Mi fermo e loro mi raggiungono e mi incitano attingendo alle poche energie rimaste. Un tira e molla che però mi distrae leggermente dalle sensazioni del corpo. Procedo fino al km 40 e rotti.

Poi le gambe mi mandano a quel paese.

I polpacci, per la precisione. Mi vengono i crampi. Faccio un leggero stretching su un marciapiede, ma serve a poco.

Intanto ho superato il 41°.

Manca meno di un km, saranno si e no ottocento metri.

Vedo il traguardo in fondo al viale, lo striscione arancione dell’arrivo.

E’ assurdo ma mi chiedo se ce la faccio. Ho la sensazione di no.

Per fortuna qualche sconosciuto da bordo strada mi incita.

Un applauso mi spinge di cento metri.

Crampi di nuovo.

Una bimba mi guarda con occhi stralunati, sembra spaventata.

Le leggo negli occhi: “Ma perché?”

Condividiamo la stessa domanda.

Sono ormai sotto all’arrivo, devo solo entrare al castello e percorrere il tappeto rosso.

Corro stendendo le gambe per evitare i crampi.

Anche all’arrivo niente musica a spingerti, a sostenerti.

Solo poche persone che almeno stanno li.

Uno speaker impreparato legge il mio numero di pettorale, scartabella fra fogli per cercare il mio nome, ma io sono più rapido e glielo suggerisco. Non so con quali energie.

Guardo il tempo, 4h e 2 min, quattro minuti più lento dell’altra volta, per due minuti non sto sotto le quattro ore.

Ma va bene così!

Il senso di conquista e la soddisfazione di portare a termine questa prova terrificante per la psiche e il fisico sono più che sufficienti.

Chissà alla prossima…

 

 

195 metriultima modifica: 2011-03-28T17:50:00+00:00da claudioscara
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