Fra polvere e moschee

— Continuo il raccconto del viaggio al Cairo… —  

 

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La domenica al Cairo è un giorno lavorativo. Si sta a casa dal lavoro il venerdì e il sabato. Ma non ce ne siamo accorti. Il ritmo, nei giorni di festa o di lavoro, ai nostri occhi sembra non cambiare. Niente per la strada, nei giorni del riposo, ti fa sentire una atmosfera di  festa, o anche solo quell’aria di rilassatezza, quella sensazione di vuoto come se intorno a te ci fosse più spazio, più aria, una sensazione che siamo abituati ad associare ai nostri giorni di riposo. Qui non ci sono strade con meno traffico, non c’è meno gente per strada, non ci sono ritmi più lenti, non c’è niente di tutto ciò a cui ci siamo abituati, e affezionati, a vivere nel week-end della provincia Italia.

Scendiamo in strada, la nostra meta è la città dei morti.

7db61a38bf77c68c9ba229f0fbddd970.jpgIl tassista che incontriamo sotto casa ha un sorriso amichevole. Avrà si e no quattro denti ma sorride spesso. Ispira fiducia. Dalla bocca gli penzola una Cleopatra senza filtro e quando l’accende un odore dolciastro si somma alla polvere spessa, e tutto diventa più denso. Il sedile anteriore accanto al guidatore è praticamente una poltrona, e ci sprofondo  dentro. Ormai ho smesso di cercare le cinture di sicurezza.

Per giungere a destinazione attraversiamo il centro, sfioriamo Downtown e affianchiamo il Cairo Islamico. Respiriamo un forte odore di spezie, proveniente dal souk che si  trova una decina di metri sotto alla sopraelevata che stiamo percorrendo. Fatichiamo all’inizio a far capire al tassista dove vogliamo andare, e quando capisce sembra incredulo. Non è molto sicuro della strada, e si ferma a chiedere informazioni ad una donna seduta di spalle su un marciapiede. È completamente vestita di nero e seduta al sole di mezzogiorno; non è velata, e quando si gira di trequarti a spiare dentro al taxi le nostre facce, incrociamo un volto con una pelle cadente e coperta di macchie color caffelatte. Ha un’aria stanchissima, ma ci fornisce le indicazioni giuste e con la macchina ci addentriamo nel quartiere della città dei morti. Siamo in un cimitero, ma ciò che ci si para davanti agli occhi è tutt’altro da quello che ci eravamo immaginati. Sembra quasi di essere in uno di quei paesini da far west costruiti per set cinematografici: strade sassose, porte di legno semichiuse, pozzanghere stagnanti, il sole a picco e  il vento che alza nuvole di polvere. Le costruzioni sono quasi tutte basse, a un piano, con il cielo azzurro a far da tetto. Sono quasi tutte tombe di famiglia, attorno alle quali sono state costruite case di fortuna, baracche, garage, fino a fare di questa zona una città nella città. Morte e vita si litigano lo spazio e allo stesso tempo il diritto di avere, entrambe, un luogo in cui stare. In questo posto hanno imparato a coabitare e a coesistere. A convivere.

È l’ora dell’uscita da scuola. Incontriamo un gruppo di bambini, saranno cinque o sei dozzine: alcuni corrono nella polvere, altri giocano con un copertone incendiato da cui si alza una colonna di fumo  nero. L’odore acre di gomma bruciata ci entra nei polmoni. Il vederci genera entusiasmo, tutti ci corrono intorno, infilano le mani dentro ai finestrini, altri cercano di salire sul già piegato paraurti posteriore dell’auto. Il tassista li vede dallo specchietto, e senza arrestare la marcia cerca di smarrirli: “Giù dalla macchina brutti figli di puttana!”. Ottiene l’effetto desiderato, e ci lasciamo le voci giocose alle spalle. Arriviamo a destinazione, scendiamo davanti alla moschea. È molto antica, recintata e non ben tenuta. Visitiamo l’interno con una mancia alla guardia che sta seduta davanti all’ingresso principale, lasciamo le scarpe per camminare su tappeti consunti e pieni di cacche di uccello. Il silenzio ci fa sentire tranquilli e al riparo. La volta del soffitto è molto luminosa. Il senso di pace che proviamo ogni volta che entriamo in moschea ci  fa capire anche la funzione sociale e non solo religiosa di questi luoghi. Due persone pregano, un bambino vestito di stracci solleva un tappeto per mostrarci il mosaico originale del pavimento. Ha uno sguardo un po’ assente, sembra non sorridere da parecchio tempo.

b107a184fc6479d72cae10343b08cf46.jpgDall’altro lato della piazza, in un garage di 10×3, facciamo compere dall’artigiano del vetro. Avrà 45 anni, li porta vestiti di una polo a righe e un paio di pantaloni sudati ed esibisce le sue foto sulle riviste di artigianato locale sostenibile. Ai lati della stanza scaffali piegati dal peso dei manufatti di vetro interamente riciclato, sporchi all’inverosimile, fusi e soffiati nella fornace di terracotta che c’è in fondo alla stanza. Mi chiedo come possa raggiungere i 1200 gradi e soprattutto come sia possibile non svenire li dentro quando è in funzione. Ci mostra orgoglioso un set di bicchieri lapislazzuli appena fatti. Hanno una lucentezza incredibile. Lo scatolone impolverato e arraffazzonato con lo scotch con i cubeya (i bicchieri), regalerà una parentesi di divertimento degli addetti al metal detector a Fiumicino. Salire sugli aerei con questo tipo di bagaglio a mano ci renderà fieri, ma ci chiediamo se ci attribuisce un’aria da viaggiatori scafati o invece da emigranti dell’est.

c0db5cd4af9e6ab16d12e4b4cda22e7e.jpgUna guida locale ci porta in giro per le strade della città dei morti. Ci colpiscono due cose: la spazzatura in ogni angolo di strada e la mitezza della gente. O forse è rassegnazione. Bussando ad alcune porte ci viene dato il permesso di entrare, e toccare con mano la povertà di questa gente. I bambini giocano fra le lapidi, il pane è messo a scaldare sulle tombe impolverate, uomini e donne stanno seduti all’ombra su sedie sfatte a bere te, e a parlare a bassa, bassissima voce. La povertà di questi luoghi ci colpisce, quasi vorremmo non vedere.

Salam! Molti ci salutano chinando il capo. È un gesto rispettoso, ed estremamente accogliente. Il saluto egiziano non invade lo spazio altrui, resta sempre alla giusta distanza. Entriamo in una casa. Una signora coperta di nero è  seduta su una sedia di paglia; si alza per salutarci con un inchino che tocca quasi terra, dalle movenze si capisce che è vecchia. Il cortile interno è pieno  di lapidi, epitaffi incomprensibili e consumati dal tempo, gatti graffiati, avanzi di carne, pane al sole. Nell’aria la polvere gialla si impasta con la puzza di pattume stantio e l’odore di fiori stracotti dal sole. Nell’interno buio di una stanza scorgo materassi ammassati per terra con un bambino che ci dorme sopra. Il vociare dei ragazzi che giocano a calcio lungo la strada è in netto contrasto con il silenzio degli spazi interni. Ed effettivamente ci troviamo ad attraversare luoghi in cui non c’è niente da dire. Anche noi siamo diventati molto silenziosi. Ci muoviamo come fuori dal tempo, e dentro di  noi risuonano domande senza una precisa forma. Attraversato il cortile entriamo in una stanza illuminata a neon. Sembra un quadro naif: sulla sinistra un divano sgualcito rappezzato di vari colori nascosti sotto uno strato di grasso e sporco, un comodino con un narghilè spento appollaiato in cima e una bambina seduta sul divano a mangiare patatine. Ha i capelli arruffati, un cucciolo di cane ai piedi e mi guarda senza tradire la minima espressione. È come se i suoi occhi nocciola mi stessero interrogando, ma non riesco a capire cosa mi chiedono. Mi chino a salutarla e mi regala un sorriso che sa di vergogna, imbarazzo e voglia di normalità. Sulla sua testa un poster ritrae una giovane donna dai tratti siriani che mostra languidamente una rosa rossa. In fondo alla stanza, infossato dietro una scrivania e col volto illuminato dallo schermo acceso della vecchia sfrigolante tv c’è un ragazzo concentrato nel suo lavoro. Siamo nella bottega di un artigiano. Non ricordo il suo nome, ma ricordo due cose f468cb4310556af3eb18f3cc990bdaab.jpgche ci racconta. La prima è legata al suo lavoro. Produce anelli di rame, di ogni forma e misura, adornandoli con materiale recuperato qua e là. La gente della città dei morti viene da lui a commissionare gli anelli di fidanzamento per le loro future mogli. Questo scantinato buio è l’unico negozio che possono permettersi. Ci tiene anche a dirci il suo soprannome: Adidas. Gliel’hanno appiccicato i suoi amici, per via della sua passione per il calcio e per i vestiti di quella marca. Compriamo un numero indefinito di anelli da portare a casa, consapevoli del grande valore simbolico che si portano appresso. Prima che ce ne andiamo ci regala un anello. È ben fatto e adornato da tanti piccoli pezzi di vetro che, timidamente ma allo sesso tempo con grande coraggio, riflettono fieramente la luce silenziosa di queste strade. Ce ne andiamo, e come ci è già successo altre volte ci sentiamo riempiti di quell’inestimabile gratuità che forse ti sa donare solo chi non ha niente. Adidas mi saluta con un sorriso e un gesto della grossa mano. Ha lasciato dentro di me un senso di commozione profondo che non gli dirò mai.

Girovaghiamo un po’ per la città dei morti, e i luoghi sembrano ripetersi sempre uguali, con le stesse espressioni sui volti, gli stessi troppi gatti affamati e malridotti, la troppa sporcizia e gli oggetti più  improbabili a diventare palloni da calcio improvvisati. Il caldo si fa sentire, ci sentiamo sudati e stanchi. C’è poca gente in giro. Il lato sud del quartiere è delimitato da una strada parecchio trafficata. Turisti di passaggio sono affacciati e guardano stupiti le strade che stiamo percorrendo. Se non avessimo avuto una persona di fiducia a portarci in giro non saremmo mai potuti entrare qui, e dobbiamo pure insistere per lasciargli due  soldi: “È un onore per me portarvi in giro, un onore!”- dice. Alla fine accetta, e come souvenir ci portiamo via anche il suo grande senso di dignità.

Recuperiamo i cubeya e fermiamo un’altro taxi, per gettarci di nuovo nel traffico dobbiamo fare duecento metri di strada contromano, prendere in pieno una decina di buche e passare in mezzo ad una carovana urlante di persone. Oggi è festa qui, e un giovane porta in equilibrio sulla fronte una scala a venti pioli, zigzagando fra i tappeti appesi ad ornamento fra le case.

Ci facciamo lasciare sulla sponda destra del Nilo, dove attraccano le Feluche. In mezzo al fiume il traffico delle auto sembra annegare. Ci godiamo il tramonto e il giocare del vento con le nostre sciarpe di seta colorate. Si siede fra noi il silenzio.

Siamo vuoti di parole ma pieni di emozioni.

 

Fra polvere e moscheeultima modifica: 2008-05-22T19:50:00+00:00da claudioscara
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